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Associazione Carlo Marchini Onlus - per le opere salesiane a favore dei bambini poveri del Brasile
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La storia dell'Associazione Carlo Marchini Onlus

Associazione Carlo Marchini Onlus per le opere salesiane a favore dei bambini poveri del Brasile

 
  Associazione Carlo Marchini Onlus  
 


Puoi essere nel luogo più squallido
del mondo, in una favela brasiliana,
su una discarica, ma se in mezzo alla strada vedi un bambino giocare o sorridere, nulla sembra più come prima, è come se spuntasse
il sole.

I bambini conquistano, commuovono,
specialmente i bambini brasiliani, così diversi tra loro - biondi, bruni, crespi, bianchi, neri, meticci e così belli, senza quasi vestiti e sporchi come sono.


Poi osservi gli adulti intorno e, al pensiero che in un domani potrebbero diventare così, ti viene voglia di portali via, quei bambini, vorresti portarli via. Via dalla cachaça, via da una vita di stenti e di espedienti che li farà invecchiare prima del tempo. Se ad ogni bambina avviciniamo sua madre, se ad ogni bambino accostiamo il padre (ammesso di trovarlo, nelle favelas del Brasile i padri scompaiono facilmente), è come se tutto fosse già scritto. E’ semplicemente da qui che siamo partiti, dopo aver visto la triste situazione di vita di questi esseri indifesi.
Ci siamo detti che non possiamo solo stare a guardare. Con i mezzi che siamo riusciti a trovare tra di noi e con la collaborazione di salesiani e salesiane del Brasile, nostre guide e nostri compagni di viaggio, indispensabili in questo Paese affascinante e pieno di contrasti e speranze. Siamo partiti dalla costruzione di un lavatoio pubblico al centro di una piccola favela senz’acqua in una sconosciuta cittadina brasiliana e non ci siamo più fermati. Ripensarci ora fa quasi sorridere. Sono ormai davvero tanti - migliaia - i bambini che abbiamo aiutato a diventare grandi e che oggi possono contare in un futuro migliore.

Anche i “ragazzi di strada” giù in città hanno un destino già segnato; li vedi dormire nei cartoni, respirare colla, migrare in branco, fanno paura 4 così uniti e con quell’aria di rapina negli occhi, ma non sono altro che ragazzini senza futuro. Ci vuole coraggio per andarli a cercare, pazienza per convincerli uno ad uno che una casa e delle regole sono meglio di un pezzo di cartone per strada. Sono diffidenti, indipendenti; Raymundo Mesquita, salesiano di don Bosco, li ha inseguiti per tutta la vita e ne ha salvati tanti dalla strada. E’ gente come lui che aiutiamo e che ci fa sperare in un Brasile migliore, senza più ragazzi e ragazze di strada, senza più favelas.

Tutto è iniziato con una tragedia, una tragedia per pochi amici. Carlo Marchini era un giovane come tanti. In vacanza in Brasile, aveva portato un piccolo contributo, raccolto tra amici, ad un missionario salesiano sul Rio Negro, in Amazzonia. Lì, facendo il bagno nel fiume con i ragazzini della missione, è stato risucchiato da un gorgo e non è più tornato. Era il 2 Gennaio 1992. Ora riposa per sempre a São Gabriel de Cachoeira, sul Rio Negro. La sua morte è stata un fulmine a ciel sereno. L’idea di fondare una associazione a suo nome è nata così, tra otto amici, per ricordarlo, perché da questa tragedia per pochi nascesse una nuova opportunità per molti, grazie ai salesiani brasiliani coraggiosi che già conoscevamo.

Tutto quello che è venuto dopo - i centri di accoglienza, le scuole, l’assistenza a migliaia di bambini - per chi crede è stato opera della Provvidenza, per chi non crede un motivo di speranza in un mondo migliore, e non è poco. La prima favela in cui abbiamo operato, quella del lavatoio pubblico, ora non è più una favela, ma il Bairro (quartiere) Dom Bosco della città di Barbacena. Che fare? Creare un’associazione era un modo per impegnarsi a fare di più, non bastava dare del proprio; convincendo altri a dare si sarebbero ottenuti risultati sempre maggiori. Ciascuno di noi si impegnò a far conoscere l’associazione, a trovare nuovi soci tra gli amici, i parenti, i conoscenti.

Nel 1992
, l’idea dell’adozione a distanza non era ancora molto diffusa, ma il principio era semplice e veniva a creare un legame concreto tra chi donava e chi riceveva: una letterina, una fotografia, gli auguri scambiati a Pasqua e Natale o per il compleanno facevano sentire il bambino più importante e il donatore utile, coinvolto nella vita di chi aiutava. Certo non sempre tutto è andato per il meglio, ma abbiamo imparato dai nostri errori: abbiamo capito che era meglio invitare tutti a non inviare regali o denaro ai singoli bambini adottati, onde evitare infinite complicazioni doganali, gelosie, piccoli ricatti morali…, abbiamo capito che in Brasile le famiglie si spostano con molta facilità, sempre nella speranza
di trovare un lavoro od una casa migliori; in genere non hanno nulla da perdere e quasi nulla da portare con sé.
E questo ci rende assai difficile seguire un bambino nei suoi spostamenti. Aiutare gli altri a volte è più difficile di quanto si creda. Ecco perché è stato fondamentale per noi cooperare con persone del posto.

A ognuno il suo compito: noi conosciamo la nostra gente, viviamo e lavoriamo in Italia, lasciamo che in Brasile operino i brasiliani di buona volontà, e fino ad oggi, per nostra fortuna, ne abbiamo conosciuti tanti.
Anche le autorità locali hanno imparato a conoscerci ed apprezzarci per questo; non a caso, molti dei terreni su cui sono sorti i nuovi centri di accoglienza, le nuove strutture, ci sono stati donati dai sindaci, dalle autorità politiche: miglioravamo le zone più degradate della città, perché non aiutarci a farlo? A Juina, nel Mato Grosso, ci è stata addirittura conferita la cittadinanza onoraria.

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